ἐκκοπεύς

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var. -

lat.: scalper, excissorius scalprum

GENERAL DEFINITION

Considerato da Celso (De medicina 8.3.1-2 [CML 1, 374-375 Marx]) uno dei due strumenti privilegiati del chirurgo insieme al trapano, lo scalpello è ancor oggi un oggetto identificante la professione chirurgica.[1]

L’ἐκκοπεύς[2] è uno strumento ben attestato nella letteratura medica per il suo impiego in diversi interventi chirurgici, principalmente in chirurgia ossea; le attestazioni registrate dal Tlg mostrano che il maggior numero di occorrenze si riscontrano in Oribasio, in particolare nei paragrafi attribuiti ad Eliodoro.[3]

Tuttavia il termine ἐκκοπεύς non sempre è stato interpretato in modo univoco,[5] essendo talvolta inteso come bisturi, talvolta come scalpello. Milne, nella sua mirabile rassegna di strumenti chirurgici, lo categorizza tra i ‘bone and tooth instruments’,[6] propendendo per l’identificazione con un tipo di scalpello piatto (‘flat chisel’) e non accogliendo la proposta di Vulpes che lo considerava com un tipo di bisturi (scalpe in lingua inglese).[7] In accordo con Milne, Marganne sembra intendere ἐκκοπεύς come una particolare forma di bisturi, atto a incidere le ossa: “l’exciseur ou ciseau (ἐκκοπεύς) [qui] est un scalpel destiné à exciser un os, un fragment d’os ou un cal osseux” (Marganne 1987: 406) e “[l]e substantif ἐκκοπεύς désigne un scalpel destiné à exciser (ἐκκόπτω), d’où notre traduction ‘exciseur’” (Marganne 1998: 74); del medesimo avviso anche l’editor princeps del P. Strasb. 1187, in cui il termine ricorre (vd. infra), che pur riconoscendo nell’ἐκκοπεύς un ‘surgical instrument’ lo identificò con uno ‘knife for excising’ (Lewis 1936: 92). Fausti, al contrario, intese l’ἐκκοπεύς come “uno scalpello chirurgico piatto […], [che] viene usato  come osteotomo soprattutto per le costole o per operazioni di chirurgia cranica insieme al trapano” (Fausti 1989: 164).



[1] L’italiano scalpello, attestato a partire dal XVI secolo, è diminutivo di scalprum e scalper e ha mantenuto fede all’etimologia latina, indicando uno strumento per l’osteochirurgia, mentre nelle lingue moderne esso ha subito una traslazione semantica, poiché oggi l’inglese scalper e il tedesco Skalpell identificano il bisturi chirurgico (destm 767, s.v. scalpellum). Per inciso, bisturi “nasce dall’antico italiano pistorese ‘pistoiese’ e fa riferimento alla fama delle lame prodotte a Pistoia nel Medioevo” (DESLI 130). La confusione nell’associare al nomen l’esatto oggetto è talvolta testimoniata anche dai dizionari: si veda, proprio nel caso dello scalper inglese, l’associazione allo scalpellum latino in LM 1971 (1040, s.v. 159 scalper).

[2] Il cui nome compare nelle liste medievali di termini medici: vd. Bliquez 1983: 196; Fischer 1989: 37-38; Schöne 1903: 282.

[3] Le occorrenze delle forme di ἐκκοπεύς sono attestate, in ambito medico, 11 volte in Galeno, 3 nella pseudo-galenica Introductio sive medicus, 24 in Eliodoro/Oribasio e 14 in Paolo d’Egina. I passi più significativi sono commentati nel paragrafo successivo, riservato ai testimonia letterari.

[4] Il verbo ha, tra i significati più frequenti, quello di ‘cut out, knock out’, Lsj9 510 s.v. Derivato dal verbo κόπτω, ‘frapper d’un coup sec, tailler’ (Chantraine 563-564 s.v.), il composto si specializza, in senso lato, nella semantica del distruggere e, in senso medico, nel significato di ‘amputare’. L’etimologia, come suggerito da Chantraine e da Pokorny (930-930 s.v.), sembra rimandare a una radice indoeuropea (s)kē̆p-2/(s)kō̆p-/(s)kā̆ p-; (s)kē̆b(h)-/skob(h)-/skā̆ b(h)- che afferisce alla semantica di ‘to work with a sharp instrument’. Le radici hanno originato tre gruppi linguistici: con bilabiale occlusiva sonora -b (e.g. in medio-alto tedesco schepfen, da cui il tedesco schöpfen), con labiodentale -bh (lat. scabō, -ere ‘grattare, raschiare’, scaber ‘scabbia, rogna’ e, nel vocalismo in -o-, scobis ‘limatura, raschiatura’ e scobīna ‘raspa’) e infine con bilabiale occlusiva sorda -p (come il gr. κόπτω e il lat. capō o capus ‘cappone’).

Il verbo è molto produttivo in greco e il proprio campo semantico presenta nomi d’azione, come κόπος, ‘peine, souffrance, fatigue’ – ma spesso in composizione rimanda al senso primario di tagliare, come in λιθόκοπος ‘tailleur de pierres’ –, κοπή ‘action de frapper, trancher’, attestato in epoca classica in composizione e solo in epoca ellenistica privo di preposizioni, da cui derivano altri denominativi quali συγκοπή ‘syncope’, κοπεύς ‘nome de l’ouvriere qui écrase les olives’– attestato in questa accezione nei papiri, ma anche ‘ciseur de tailleur in Lucano –, e lo strumento qui indagato, nelle due varianti ἐκκοπεύς e ἐγκοπεύς. Tra gli altri nomi deverbativi d’azione si segnalano κόμμα ‘frappe d’une monnaie’, κομμός o κοπετός ‘coup dont on se frappe la tête et la poitrine’, sostantivo ‘de sens très précise’ attestato in opere drammatiche, e infine ἀνάκοψις, non attestato privo di preposizione, che in ambito medico significa ‘intervalle’. κόπτω dà origine, oltre a nomi d’azione, anche ad alcuni nomi di strumenti (come κόπτρα ‘salaire du tailleur de pierres’, κοπτούρα ‘mortier pour faire de la farine’ e κοπτήριον ‘aire où le grain est battu’) e ad aggettivi (come, tra gli altri, παρακοπτικός ‘frénetique’, usato nella microlingua della medicina).zione che in ambito medico significa 'elle due variantisizioni,

[5] Come ben sottolinea Ghiretti 2010: 63-64.

[6] Milne 1907: 121-142.

[7] “The chisel figured by Vulpes, consisting of a cylindrical bronze handle and a flat blade is, I believe, a variety of scalpe” (Milne 1907: 122). Vulpes fu l’editore dei reperti chirurgici scavati a Pompei ed Ercolano, alla metà del XIX secolo (vd. Vulpes 1847).

A. LANGUAGE BETWEEN TEXT AND CONTEXT

1.-2. Etymology- General linguistic commentary

Il termine ἐκκοπεύς deriva dal verbo ἐκκόπτω che  ha, tra i significati più frequenti, quello di ‘cut out, knock out’, Lsj9 510 s.v. Derivato dal verbo κόπτω, ‘frapper d’un coup sec, tailler’ (Chantraine 563-564 s.v.), il composto si specializza, in senso lato, nella semantica del distruggere e, in senso medico, nel significato di ‘amputare’. L’etimologia, come suggerito da Chantraine e da Pokorny (930-930 s.v.), sembra rimandare a una radice indoeuropea (s)kē̆p-2/(s)kō̆p-/(s)kā̆ p-; (s)kē̆b(h)-/skob(h)-/skā̆ b(h)- che afferisce alla semantica di ‘to work with a sharp instrument’. Le radici hanno originato tre gruppi linguistici: con bilabiale occlusiva sonora -b (e.g. in medio-alto tedesco schepfen, da cui il tedesco schöpfen), con labiodentale -bh (lat. scabō, -ere ‘grattare, raschiare’, scaber ‘scabbia, rogna’ e, nel vocalismo in -o-, scobis ‘limatura, raschiatura’ e scobīna ‘raspa’) e infine con bilabiale occlusiva sorda -p (come il gr. κόπτω e il lat. capō o capus ‘cappone’).

Il verbo è molto produttivo in greco e il proprio campo semantico presenta nomi d’azione, come κόπος, ‘peine, souffrance, fatigue’ – ma spesso in composizione rimanda al senso primario di tagliare, come in λιθόκοπος ‘tailleur de pierres’ –, κοπή ‘action de frapper, trancher’, attestato in epoca classica in composizione e solo in epoca ellenistica privo di preposizioni, da cui derivano altri denominativi quali συγκοπή ‘syncope’, κοπεύς ‘nome de l’ouvriere qui écrase les olives’– attestato in questa accezione nei papiri, ma anche ‘ciseur de tailleur in Lucano –, e lo strumento qui indagato, nelle due varianti ἐκκοπεύς e ἐγκοπεύς. Tra gli altri nomi deverbativi d’azione si segnalano κόμμα ‘frappe d’une monnaie’, κομμός o κοπετός ‘coup dont on se frappe la tête et la poitrine’, sostantivo ‘de sens très précise’ attestato in opere drammatiche, e infine ἀνάκοψις, non attestato privo di preposizione, che in ambito medico significa ‘intervalle’. κόπτω dà origine, oltre a nomi d’azione, anche ad alcuni nomi di strumenti (come κόπτρα ‘salaire du tailleur de pierres’, κοπτούρα ‘mortier pour faire de la farine’ e κοπτήριον ‘aire où le grain est battu’) e ad aggettivi (come, tra gli altri, παρακοπτικός ‘frénetique’, usato nella microlingua della medicina).

 

3. Abbreviation(s) in the papyri

No abbreviated form had appeared, as yet.

B. TESTIMONIA - A selection of representative sources

1. P. Strasb. inv. 1187, Fr. A, co. I, rr. 1-18  – II CE

   ]  ̣  ̣  ̣ [ϲ]ι̣̣ν̣αρὰϲ τότε | ]ἐ̣φώρα̣ϲεν τρῆμα | ]νων εἶτα διὰ τῆϲ | τ]ῶν ἐκκοπέων δια | ]ἐ̣πιτέλει τὸν βαϲτα- |]  ̣ τὰ μὲν τὰ ἐργα. | ]α̣θων· ἐπὶ δὲ τῶν | ]ν ο̣ὐχ ἀποδίδε̣ται μα- | π]ροσεπιτρέπει τῷ τρυ| [πάνῳ                      ]  ̣  ̣  ̣ ἕωϲ κενεμβατεῖν ε- | τῶ[ν ϲμειλιο\ω/τῶν ἐκκοπέω(ν) | ]  ̣  ̣  ̣ ι̣ν̣ δι’ ἑνὸϲ τῶν βα- | ] ̣  ̣ γ  ̣  ̣  ̣  ̣ τω ̣ ε βαϲτα- | ].ν ϲιναρῶν τῶν ϲιναρῶν ὁ παθώ(ν) | [διαμό]τωϲιϲ ἐνκρείνεται καὶ ἡ̣ πυοποιὸϲ | [θεραπ]εία· ἐκεῖνο δὲ εἰδέναι δεῖ ὅτι ἐπὶ τοῦ | [      τῶ]ν ἀποστημ̣άτων μετὰ ὀλίγαϲ τα̣. |]  ̣αἱφνίδιον ὁρᾶτ̣α̣ι τὸ βάθοϲ ἀνα-        

 

... lésés, alors ... il découvrit un trou ... ensuite, au moyen de la ... des exciseurs ... il accomplit (ou achève) ... les opérations d’une part
... d’autre part, pour les ... n’est pas évacué (ou restitué?) ... il permet au trépan... tomber dans le vide ... des exciseurs en forme de scalpels ... au moyen d’un des … des... lésés, le malade on adopte l’application de charpie e le traitement suppuratif; mai en ce domaine, il faut savoir que pour le ... des abcès après quelques ... soudain on voit la profondeur (Marganne 1998: 73)

 

2. Gal. Meth. med. 6.150 [10.446.12-18 K.] – II CE

τῶν δ’ ἄχρι μήνιγγος διασχότων, εἰ μὲν εἴη μόνη ῥωγμὴ, τοῖς εἰρημένοις ξυστῆρσι χρηστέον· εἰ δὲ μετὰ θλάσεώς τινος, ἐκκόπτειν χρὴ τὸ τεθλασμένον, ἤτοι διὰ τρυπάνων ἐν κύκλῳ πρότερον κατατιτρῶντα, κᾄπειθ’ οὕτω χρώμενον τοῖς ἐκκοπεῦσιν, ἢ διὰ τῶν κυκλίσκων εὐθὺς ἐξ ἀρχῆς.

Of those divisions that extend as far as the meninges, if it is a fracture alone, you must use the aforementioned raspatories. If it is combined with some crushing, it is necessary to excise what has been crushed either perforating first in a circle with trephines and then, in like manner, using the knives, or perforating with the cyclisci immediately from the outset (Johnston-Horsley 2011: 219)

 

3. Gal. De anat. admin. 7.2 [2.592.10-14 K.]

καταμαθήσῃ δ’αὐτοῦ τὴν φύσιν ἀκριβῶς, ἐὰν διακόψῃς τὸ πρόσθιον ὀστοῦν τοῦ θώρακος μέσον, ὃ προσαγορεύουσιν οἱ ἀνατομικοὶ στέρνον, ἔχῃς δ’ εἰς τοῦτο παρεσκευασμένους τοὺς καλουμένους ἐκκοπεῖς, ἰσχυρούς τε ἅμα καὶ ὀξεῖς.

Impara bene la natura di quella zona, se vuoi incidere l’osso che sta in mezzo al torace nella parte anteriore, che gli studiosi di anatomia chiamano sterno; per far questo, devi usare gli scalpelli che sono proprio adatti a questo intervento, cioè quelli resistenti e molto aguzzi.

 

4. Gal. De anat. admin. 8.7 (2.686.10-11 K.)

τούτου σοι καλῶς πραχθέντος, ἐκκοπτέσθω τὸ τῆς πλευρᾶς  ὀστοῦν, ἀντιβαλλομένων δυοῖν ἀλλήλοις ἐκκοπέων, ὡς ἔθος.

Separate off the membranes adhering to the bone, which being properly done, divide the bone of the ribs by means of two chisels placed in opposition to each other secundum artem (Milne 1907: 123)

 

5. P. Ryl. 3.529, R., col. I, rr. 1-10 – end III CE

[  ̣  ̣] τῷδε καὶ ῥεῖν ν̣ε̣ [  ̣]  ̣ [    ] | [  ̣  ̣] ε̣ πρὸϲ τὴν τῶν ὀξειδ[ί]- | [ων] ορ̣π̣η̣  ̣ϲιν. ϲὺν δὲ το̣[ύ]- | τοιϲ ἤτο̣ι ϲ[  ̣]λ̣ε̣ο̣ϲ̣ καὶ ὁ κ̣εφα- | λικὸϲ ϲ ̣[  ̣] . πρὸϲ ἔνια γὰρ τῶ̣[ν] | ὀϲτῶν ν̣  ̣α  ̣  ̣ε̣θ̣ε̣  [  ̣]ν ἀπ[ο]- | πρ̣ί̣ε̣ιν οὐκ ἔϲτιν ἐπιτήδε̣ι̣α | ἔ̣χ̣[ο]ν̣τ̣ο̣ϲ̣ ἐκκοπὴν προε- | με̣ῖ̣ν̣. τὰ ἔργα ὀφείλει ταῦ- | τα ἑτοιμάζεϲθαι

… à celui-ci et couler … pour la … des vinaigres … Mais avec ceuxlà, certes, … et le … de la tête. Car, pour certains os … réséquer per la scie, il n’est pas requis, lorsqu’on a une excision, de vomir avant. Ces actes doivent être préparés (Marganne 1998: 119).

 

6. Heliod. ap. Orib. Coll.med. 44.8.6 [CMG 6.2.1, 122.37-39 - 123.1 Raeder] – IV CE

διακοπτέσθω δὲ τῆς πλευρᾶς καθ’ ἓν μέρος τὸ πλεῖον πάχος, καὶ λεπτὴ συνέχεια καταλειπέσθω, εἶτα τότε τὸ ἕτερον διὰ τῶν ἐκκοπέων διαιρείσθω ὅλον.

D’un côté on divisera la majeure partie de l’épaisseur de la côte, et on laissera une adhérence de peu d’épaisseur; après cela, on divisera l’autre côté de part en part à l’aide de scalpels à excision (Daremberg 1851-1876: III 583)

 

7. Paul.Aeg. 6.43 [CMG 9.2, 84.16-23 Heiberg] – VII CE

τῶν οὖν ἀπὸ σκυτάλης ἐκπεφυκότων πρῶτον τὴν σάρκα κατὰ κύκλον ἐκτέμωμεν μέχρις ὀστέου αὐτό τε τὸ ὀστέον τῷ ἐκκοπεῖ διακόπτοντες ἢ πρίσει αὐτὸ ἀφαιροῦντες

In the removal of supernumerary digits we are to cut away the flesh all around, and either chop the bone through with a chisel (τῷ ἐκκοπεῖ), or remove it by sawing (Milne 1907: 122) 

 

8. Paul.Aeg. 6.93.3 [CMG 9.2, 147.19-22 Heiberg]

εἰ δὲ μέρος τι τῆς κλειδὸς ἀποθραυσθέν τε καὶ ἀστατοῦν ἢ καὶ νύττον αἰσθόμεθα, σμίλῃ διατέμνοντες ἐπ’ ὀρθὸν τό τε ἀποθραυσθὲν ἀφέλωμεν καὶ τὰ λοιπὰ δι’ ἐκκοπέων ἐξομαλίσωμεν ὑποβεβλημένου τῇ κλειδὶ μηνιγγοφύλακος ἢ ἑτέρου ἐκκοπέως διὰ τὸ ἑδραῖον

If part of the clavicle is broken off and unconnected, and if we find it irritating the parts, we must make a straight incision with a scalpel and remove the broken portion and smooth it with chisels (δι’ ἐκκοπέων), taking care that the instrument called ‘meningophylax’, or another chisel, be put under the clavicle (μηνινγοφύλαξ ἢ ἑτέρου ἐκκοπέως), to steady it” (Milne 1907: 123)

 

9. Paul.Aeg. 6.109 [CMG 9.2, 163.5-6 Heiberg]

εἰ δὲ λιθώδης ἤδη γεγένηται, σμίλῃ τὴν ἐπιφάνειαν διελόντες ἐκκοπεῦσιν λύσομεν τοῦ ὀστοῦ τὴν συνέχειαν

If the callus be of stony hardness incise the skin with a scalpel, and divide the union with a chisels (ἐκκοπεῦσι) (Milne 1907: 122)

 

 

C. COMMENTARY

1. ἐκκοπεύς and its sources

I tipi di scalpelli a disposizione dei chirurgi greci erano vari: come testimonia Galeno, essi potevano essere robusti e affilati [3], variante cui sembrerebbe far riferimento anche Eliodoro (ap. Oribasio) quando paragona un bisturi molto pesante alla lama di uno scalpello[2] – evidentemente piuttosto greve; oppure potevano essere sottili ma resistenti, detti γομφωτήρ.[3]

Esiste poi una forma particolare di ἐκκοπεύς, ovvero lo σμιλιωτὸς ἐκκοπεύς, uno scalpello tagliente[4] quanto uno σμιλίον, ‘bisturi’, usato per piccole amputazioni. L’aggettivo è di particolare interesse poiché ricorre in soli tre autori di medicina, Dioscoride,[5] Eliodoro ap. Oribasio (otto attestazioni, vd. infra tra i testimonia) e Paolo d’Egina[6]; i primi due ebbero il loro floruit nella seconda metà del I secolo d.C., suggerendo – benché trarre conclusioni ex silenzio sia sempre rischioso – che l’aggettivo, il cui terminus post quem sarebbe quindi la seconda metà del I secolo d.C., potrebbe corrispondere a una innovazione linguistica che fa seguito a un’innovazione tecnica in campo chirurgico.[7] La presenza dell’aggettivo in P. Strasb. 1187[8], datato al II secolo d.C., fa del papiro la terza attestazione in ordine di tempo e diventa elemento probante per l’attribuzione del papiro di Strasburgo al medico Eliodoro.[9]

Il corrispondente latino dell’ἐκκοπεύς è l’excissorius scalper (o scalper non aggettivato), attestato anche nella forma scalprum planum, forme entrambe presenti in Celso.[10]

Nelle testimonianze letterarie va sotto il nome di ἐκκοπεύς anche uno strumento che al giorno d’oggi è indicato con il termine tecnico di ‘sgorbia’ (‘gouge’ in inglese)[11] : esso si distingue dallo scalpello per avere una lama concava a sezione semicircolare; in greco, tale peculiarità veniva marcata con l’uso di aggettivi come κυκλίσκος e κοιλός.[12] È possibile che la sgorbia fosse stata introdotta nell’uso chirurgico durante il periodo ellenistico, se Galeno (ap. Oribasio) la indica come un’invenzione moderna.[13] Non essendo tecnicamente uno scalpello, questa variante di ἐκκοπεύς  non verrà presentata nelle sue testimonianze letterarie e nei realia che seguono.[14]

Tra le fonti letterarie di argomento medico su papiro, sia il semplice ἐκκοπεύς che lo σμιλιωτὸς ἐκκοπεύς sono attestati insieme in P. Strasb. 1187 (fr. A, col. I, rr. 4 e 13) [1] in cui si tratta di un intervento osseo. Lo stato di conservazione del supporto rende il testo piuttosto lacunoso in più punti, tuttavia è possibile ipotizzare, a partire dal lessico presente,[2] che la trattazione dovesse riguardare un intervento chirurgico osseo per la rimozione di ascessi o di fistole.

Oltre ai due tipi di scalpelli, il papiro presenta anche il termine τρύπανον (fr. A, col. I, rr. 9-10)[3], il sostantivo τρῆμα (fr. A, col. I, r. 2) e il verbo tecnico κενεμβατείν, ‘arrivare fino a una cavità’ (fr. A, col. I, r. 10). La ricostruzione proposta da Fausti 1989 suggerisce che l’intervento consistesse nella resezione dell’osso malato, forse di una costola o del cranio – dopo aver praticato un foro – con un ἐκκοπεύς e poi con uno σμιλιωτὸς ἐκκοπεύς; a quel punto, si poteva intervenire con la punta del τρύπανον[4] fino a incontrare il vuoto (ἕ̣ως κενεμβατείν).[5] Successivamente, come spesso avviene in interventi invasivi[6] si suggerisce l’applicazione di un tampone (διαμότωσις)[7] e una terapia suppurativa (πυοποιός θεραπεία).[8]

L’intervento praticato con l’ekkopeus, ovvero l’ἐκκοπή, è attestato in P. Ryl. 2.529 (r col. I r. 8),[5] a proposito del trattamento della spalla lussata.[10] Lo stato estremamente frammentario di gran parte della prima colonna non permette un’esegesi accurata del passo, tuttavia è possibile ipotizzare che l’intervento si riferisca alla riduzione chirurgica di una spalla lussata complicata da una frattura esposta (si veda anche l’uso del verbo tecnico ἀπ[ο]|π̣ρ̣ί̣ειν, rr.6-7). Nel seguito della trattazione, si distinguono due tecniche di riduzione della lussazione, quella detta ‘alessandrina’, in cui il paziente viene posto καθ̣έ̣[δριον][11] (r. 67), e quella proposta dall’autore del trattato, che pone il paziente disteso poiché la posizione è più sicura rispetto alla precedente. La procedura prevede il riposizionamento della spalla ingiuriata attraverso manovre di manipolazione, senza l’uso di banchi o leve metalliche, rigettate dall’autore, la cui tecnica sembra essere tramandata solamente attraverso questa testimonianza papiracea.[12]

Il termine greco ἐκκοπεύς non è attestato in epigrafia; sul versante latino, al contrario, si trova una rappresentazione iconografica di uno scalprum in una stele di II secolo d.C. rinvenuta a Bojano (Campobasso), che tuttavia pare afferire a un contesto diverso da quello della medicina. La stele, che contiene la prima rappresentazione della dextrarum iunctio a Bovianum, conserva nella parte inferiore la raffigurazione di sei strumenti, non tutti riconoscibili con certezza, i quali potrebbero essere identificati con una theca libraria, un calamus, un atramentarium, uno scalprum e due scatole. La vicinanza dello scalprum agli altri oggetti suggerisce che “l’attività lavorativa di Aristius [cui la stele è dedicata][13] vada individuata in ambito scolastico o nell’ambiente degli scribi” (De Benedittis 1995: 40-41).
 
Le attestazioni letterarie del sostantivo ἐκκοπεύς, come precedentemente accennato, sono molto numerose; esso compare in diversi interventi della pratica chirurgica, in particolare in quei tipi di operazioni che coinvolgono ossa di media (sterno, clavicole) o piccola lunghezza (falangi) oppure ossa piatte (come quelle del cranio), che devono essere staccate o asportate (costole, clavicola, ossa del cranio κτλ); come testimonia Galeno, gli strumenti devono essere forti e resistenti e particolarmente aguzzi. Sembra che l’ekkopeus sia utilizzato quando serve staccare l’osso dalla cartilagine, cioè quando la resistenza è tale che il bisturi non è più sufficiente ma non è necessario ancora usare strumenti più invasivi come il trapano.

Nella disamina di vari strumenti medici, tra quelli adibiti a particolari operazioni (‘the specialist instruments’) Jackson  cita lo scalpello e il trapano, a significarne l’indispensabilità nel set del chirurgo antico. A proposito delle applicazioni dello scalpello osseo, in particolare, individua tre macro-categorie di utilizzo:

“[t]he bone chisel had three major roles. Together with the drill it was used to divide bone, either in freeing an embedded weapon point or in detaching a disc of bone from the cranium in trephination; in compound fractures it was used to pare away sharp projecting bone; and in those cases requiring the removal of bone, for example the amputation of fingers or toes, ot was used as an osteotome. For the last operation it was recommended that two chisels were used in opposition” (Jackson 1987: 418).

 

[2] Per un’analisi puntuale del lessico chirurgico contenuto nel papiro si veda il commento di Fausti 1989: 164-167.

[4] Un altro intervento, assai vicino a quello probabilmente descritto nel papiro, è in Heliod. ap. Orib. Coll.med. 46.29.8 [CMG 6.2.1, 239.27-31 Raeder] sulla crescita del callo osseo (vd. testimonia infra).

[5] Il medesimo lessico ricorre solamente in due passi di Eliodoro: nel primo si tratta di un intervento alle costole, nel secondo della trapanazione cranica alla dura mater: il protocollo seguito sembra essere in linea con quello presentato dal papiro (Heliod. ap. Orib. Coll.med. 46.29.8 [CMG 6.2.1, 239.27-31 Raeder], vd. tra i testimonia letterari di τρύπανον; Coll.med. 46.11.23 [CMG 6.2.1, 221.19-23: τὰ δ’ αὐτὰ γινέσθω ἔργα καὶ ἐπὶ τῶν λοιπῶν μεταξὺ διαστημάτων, ἕως οὗ διακοπῇ πάντα […] χωρὶς τοῦ ἐσχάτου καὶ δευτερεσχάτου, ἵνα μὴ τοῦ ὀστέου ὅλου διακοπέντος ἡ τοῦ ἀντερηρεισμένου ἐκκοπέως ἀκμὴ κενεμβατήσασα διέλῃ τὴν μήνιγγα [bisogna fare queste stesse procedure anche verso le rimanenti diasteseis frapposte, fino ad averle tagliate tutte, senza l’ultima e la penultima, affinché, essendo l’osso tutto reciso, la punta dello scalpello ben saldo, giunta fino a un punto cavo, non intacchi la dura mater]).

[6] Solo a titolo di esempio, tra i molti possibili, si vedano la prescrizione di una terapia essicativa dopo un intervento alla fistula lachrymalis in Paolo d’Egina (6.22.1 [CMG 9.2, 62.9-14 Heiberg], vd. tra i testimoni di τρύπανον) e Aët. 15.12.76 (37.11-5 Zervos) ἐὰν δ’ ὑπόπυον γένηται, τὸ τῆς ῥαφῆς διάστημα διαιρείσθω τὸ ἐπικείμενον τῷ ὑγρῷ σώματι, καὶ μετὰ τὴν τοῦ πύου ἔκκρισιν, ἑκατέρωθεν περιτιτράσθω τῷ τρυπάνῳ τὸ τῆς κεφαλῆς ὀστοῦν καὶ ἐκκοπτέσθω, καὶ τῇ πυοποιῷ ἀγωγῇ θεραπευέσθω [se la ferita tende a suppurare, bisogna dividere il distacco della sutura che preme sulla parte malata, e dopo il distacco del pus su entrambi i lati della ferita bisogna praticare dei fori con il trapano nell’osso della testa e recidere; in seguito applicare una terapia suppurante].

[7] L’impiego di un διαμότωσις a seguito di un intervento chirurgico con il trapano è attestato particolarmente in Paul.Aeg. 6.90.5 [CMG 9.2, 140.6-10 Heiberg] (vd. nota 37); per un approfondimento, vd. Bliquez 2015: 319-323.

[8] In particolare, l’uso di un tampone e di una terapia suppurante è attestato in Heliod. ap. Orib. Coll.med. 46.8.14 [CMG 6.2.1, 218.30-33 Raeder] μετὰ δὲ τὴν ἐπιδιαίρεσιν οἱ μὲν ῥαφαῖς ἐχρήσαντο, οἱ δὲ διαμοτώσει καὶ τῇ ἀκολούθῳ πυοποιῷ θεραπείᾳ. σύντομος μὲν οὖν ἐστιν ἡ  ἔναιμος ἀγωγή, ἄνευ βλάβης δὲ μᾶλλον ἡ ἀφλέγμαντος καὶ πυοποιός θεραπεία [dopo l’incisione alcuni si servono di suturazioni, altri di tamponi e della successiva terapia suppurante; la più veloce è la terapia che prescrive di far uscire il sangue dalle ferite, ma quella antinfiammatoria e suppurante è meno dannosa, trad. di Fausti 1989: 165].

[9] [  ̣  ̣] τῷδε καὶ ῥεῖν ν̣ε̣ [  ̣]  ̣ [    ] | [  ̣  ̣] ε̣ πρὸϲ τὴν τῶν ὀξειδ[ί]- | [ων] ορ̣π̣η̣  ̣ϲιν. ϲὺν δὲ το̣[ύ]- | τοιϲ ἤτο̣ι ϲ[  ̣]λ̣ε̣ο̣ϲ̣ καὶ ὁ κ̣εφα- | λικὸϲ ϲ ̣[  ̣] . πρὸϲ ἔνια γὰρ τῶ̣[ν] | ὀϲτῶν ν̣  ̣α  ̣  ̣ε̣θ̣ε̣  [  ̣]ν ἀπ[ο]- | πρ̣ί̣ε̣ιν οὐκ ἔϲτιν ἐπιτήδε̣ι̣α | ἔ̣χ̣[ο]ν̣τ̣ο̣ϲ̣ ἐκκοπὴν προε- | με̣ῖ̣ν̣. τὰ ἔργα ὀφείλει ταῦ- | τα ἑτοιμάζεϲθαι (rr. 1-10).

[10] Una disamina assai completa sulla trattazione di lussazioni e fratture si trova in Di Benedetto 1986: 248-262 e bibliografia ivi indicata.

[11] Per una disamina approfondita del termine e per una casistica accurata si veda il contributo di Bonati nei MedOnLine [http://www.papirologia.unipr.it/CPGM/medicalia/vocab/index.php?tema=163&/n].

[12] Per una trattazione delle varie tecniche di riduzione delle lussazioni si veda Marganne 1998: 123-147.

[13] Il testo della stele recita L(ucius) Aristiuṣ [- l(ibertus)] | Synetus sibị [et] | Vibiae cocub[in(ae)] | suae.



[1] Vd. Gal. De anat. admin. 7.148 [2.592.13-14 K.] ἔχης δ’ εἰς τοῦτο παρασκευασμένους τοὺς καλουμένους ἐκκοπεῖς, ἰσχυροί τε ἅμα καὶ ὀξεῖς.

[2] Vd. Heliod. ap. Orib. Coll. med. 44.8.9 [CMG 6.2.1, 123.5-7 Raeder]:  ἐπὶ δὲ τῶν χονδρωδῶν ἐκτέμνειν χρὴ καὶ ἀναιρεῖσθαι διὰ σμιλίου βαρυτάτου ἢ κατ ἐνέρεισιν ἀκμῇ σμιλίου τοῦ ἐκκοπέως.

[3] Vd. Heliod. ap. Orib. Coll. med. 44.20.15 [CMG 6.2.1, 136.5-6 Raeder]: ἐκκοπέα χρὴ τῶν στενῶν καὶ πάχος ἱκανὸν ἐχόντων; οἶοί εἰσιν οἱ καλούλεμενοι γομφωτῆρες. γομφωτήρ sta ad indicare, secondo Lsj9 356 s.v., il tenone, ovvero la parte comunemente detta ‘maschio’ nelle giunzioni in legno, metallo o pietra, costruita in rilievo in modo da inserirsi perfettamente nell’altra metà della giuntura, detta mortasa o femmina. Questo tipo di scalpello doveva avere, quindi, una parte sporgente in corrispondenza della punta.

[4] Che l’aggettivo metta in luce questa caratteristica dello strumento risulta chiaro in un passo di Plutarco in cui lo σμίλιον ἰατρικόν è impiegato per tagliare capelli e unghie (Plut. Mor. 60 B 3 ὥσπερ οὖν εἴ τις ἀνθρώπου φύματα καὶ σύριγγας ἔχοντος ἰατρικῷ σμιλίῳ τὰς τρίχας τέμνοι καὶ τοὺς ὄνυχας […].

[5] Dsc. 1.68: “δευτερεύει […] καὶ ὁ σμιλιωτός, ὃν ἔνιοι κοπίσκον καλοῦσι, μικρότερον καὶ κιρρότερον ὄντα”. L’attestazione di σμιλιωτὸς in Dioscoride si riferisce a un tipo particolare d’incenso (λίβανος, Boswellia Carterii), detto anche κοπίσκος, meno pregiato dell’incenso bianco di prima qualità, che ha la caratteristica di essere più piccolo e di colore giallo. I  termini σμιλιωτός e κοπίσκον, con tutta probabilità, fanno riferimento alla particolare forma delle foglie di tale varierà d’incenso, appuntite come uno σμιλίον e aguzze come una κοπίς (rispettivamente ‘chopper, broad curved knife’ e ‘sting of a scorpion’, Lsj9 1 e 2, 978 s.v.). Per un commento più puntuale a questo passo si veda Ghiretti 2010: 65.

[6] Le attestazion di σμιλιωτός in Paolo d’Egina sono in tutto tre: nella forma “canonica” con sigma ed ypsilon, non riferito allo scalpello ma probabilmente con un sostantivo neutro sottinteso e.g. ὄργανον, compare in un passo relativo all’estrazione di denti in soprannumero: ἐπειδὴ δὲ καὶ περιττοί τινες ὀδόντες παραφύονται, τοὺς μὲν προσπεφυκότας τῷ φατνίῳ διὰ τῶν σμιλιωτῶν ἐκκόψωμεν, τοὺς δὲ μὴ προσπεφυκότας διὰ τῆς ὀδοντάγρας κομισώμεθα (Paul.Aeg. 6.28.1 [CMG 9.2, 66.7-10 Heiberg] [and since sometimes supernumerary teeth are formed, those that are fixed in the socket we must scrape down with a graving-tool, but those that are not so fixed we must extract with a tooth-extractor (Adams 1846: 294)]). Le altre due risultano complicate da una lezione alternativa dell’aggettivo: non σμιλιωτός bensì μηλιωτός, come testimonia anche il Lsj9 160 s.v.; nel primo passo, di nuovo, l’aggettivo è absolutus, nel secondo è attributo di ἐκκοπεύς. In entrambi, tuttavia, nonostante l’incerta lezione, sembra che la caratteristica dello strumento che qui si vuole evidenziare sia proprio l’acutezza di taglio: καὶ εἰ μὲν ἀσθενὲς εἴη τὸ ὀστοῦν ἢ φύσει ἢ ἐκ τοῦ κατάγματος, ἀντιθέτοις ἐκκοπεῦσι τοῦτο περιέλωμεν πρῶτον τοῖς κυκλισκωτοῖς ἀπὸ τοῦ πλατυτέρου ἀρχόμενοι καὶ μεταμείβοντες τοὺς στενοτέρους, κἄπειτα τοῖς μηλιωτοῖς, ἠρεμαίως ἐπικρούοντες τῇ σφύρᾳ διὰ τὸν διασεισμὸν τῆς κεφαλῆς (Paul.Aeg. 6.90.4 [CMG 9.2, 139.16-20 Heiberg] [and if the bone be weak, either naturally or from the fracture, we cut it ou with counter-perforators, beginning first with the broader ones and changing to the narrower, and then using those which are of the form of a specillum, striking gently with the mallet to avoid shaking the head (Adams 1846: 431)]); segue poi l’indicazione di usare un trapano abaptiston (per cui si veda la testimonianza tra i testimonia di τρύπανον), cui fa seguito il seguente paragrafo: μετὰ δὲ τὴν τοῦ ὀστέου κομιδὴν ἐξομαλίσαντες τὴν ἀπὸ τῆς ἐκκοπῆς τοῦ κρανίου τραχύτητα ξυστῆρι ἤ τινι τῶν μηλιωτῶν ἐκκοπέων ὑποβαλλομένου μηνιγγοφύλακος καὶ τὰ ὡς εἰκὸς ἀπομείναντα ὀστάρια ἢ ἀκίδας εὐφυῶς κομισάμενοι ἐπὶ τὴν διαμότωσιν χωρήσομεν (Paul.Aeg. 6.90.5 [CMG 9.2, 140.6-10 Heiberg] [after the removal of the bone, having cleared away any asperity that remained after the cutting of the bone with a carving instrument or the extremity of a perforator, using the meningo-phylax as a protector, and bringing away carefully the small bones and spiculæ which remain, we proceed to the application of the dreggings (Adams 1846: 432)]). Rispetto a questi ultimi due passi, Bliquez fornisce un’interpretazione alternativa dell’aggettivo, non ritenendo che esso sia una variante di σμιλιωτός bensì che faccia riferimento a un altro tipo di scalpello: “Gomphoter suggests a bolt- or nail-like punch, which may be the same as the chisel mentioned by Paul as μηλιωτός, i.e. a chisel round and pointed like a simple probe”, aggiungendo in nota “[t]his makes more sense than taking μηλιωτός as a varient of σμιλιωτός, as do LSJ” (Bliquez 2015: 193).

[7] L’inusitatezza del termine potrebbe aver creato qualche difficoltà ai copisti tardi, come testimoniano alcune lezioni alternative dell’aggettivo; per esempi in tal senso si veda Ghiretti 2010: 66.

[8] La lezione, benché non unanimemente accolta, non sembra peregrina: al r. 13 Lewis (1936: 91), editor princeps del papiro, leggeva ]ν̣ω̣ δεῖ λιο\ω/των ἐκκοπέω(ν), accogliendo la correzione supra lineam dello scriba apportata “without erasure of the incorrect letter”; egli pensava, come specifica nelle note puntuali al testo, all’aggettivo λειωτέων “to be smoothened”. La lezione è stata rivista e corretta da Fausti (1989: 160ss.) con τῶ[ν σ̣μ̣ειλιο\ω/των ἐκκοπέω(ν), sulla base di numerosi passi paralleli, soprattutto in Heliod. ap. Orib. – vd. infra – in cui l’aggettivo è attribuito allo scalpello chirurgico.

[9] Per la discussione più puntuale dell’attribuzione del papiro a Eliodoro vd. infra. La questione è stata dibattuta anche in Fausti 1989: 164-167, Ghiretti 2010: 66, Marganne 1998: 67-84.

[10] excissorius scalper è attestato in Cels. 8.3.4 [CML 1, 375.18 Marx] e 8.3.5 [CML 1, 375.20-21 Marx], scalper in 8.3.2 [CML 1, 375.5 Marx], 8.3.8 [CML 1, 376.15 Marx], 8.4.6 [CML 1, 378.19 Marx], 8.4.8 [CML 1, 379.7 Marx], 8.4.12 [CML 1, 380.5 Marx], 8.4.15 [CML 1, 380.24 Marx], 8.4.16 [CML 1, 380.27 Marx], 8.10.7f [CML 1, 395.14 Marx], e scalprum planum in 8.4.14 [CML 1, 380.14-15 Marx]. Inoltre, il diminutivo scalpellum è attestato nelle pseudo-soranee Quaestiones medicae (n. 230C e 272C = 338L e 342.4L).

[230C Quid est ϑύμος? Carnis fragilis eminentia; fit autem circa anum et ueretrum et in muliebri sinu. Cura[n]tur uero inter initia quidem stypticis seu comprimenti puluere; sed si non obaudiet, radendum est de retrorsa parte scalpelli et sequenti cura curandum.

272C Quemadmodum secantur στεατώματα, μελικηρίδες, θηρώματα? Inciditur superficies et disiungitur incisio hamulis infixis in ea. Deinde distenditur utraque pars et in his quidem quae ualde cohaerent, acuta

parte scalpelli utimur; in illis autem quae non cohaerent, manubrio scalpelli utimur. Aut consuitur incisio aut [in] linteolis impletur et aut ἀγκτῆρσιν iungitur aut ita curatur, ut caro crescat.

342.4L Protinus ut alba se ostendit tunica, cutis incisa ancistris infixis utraque parte tenditur et scalpelli manubriolo deducenda a cute et carne est eiciendaque cum eo quod intus tenetur. Si quando autem ab inferiori parte tunicae musculus inhaesit, ne is laedatur, Ubi tota ex ea exempta est, committendae orae fibulaque in his inicienda est et super medicamentum glutinans dandum est. Ubi autem uel tunica uel aliquid de ea relictum est, pus mouentia adhibenda sunt uel linteolis implenda.]

[11] Vd. Bliquez 2015: 194s e Milne 1907: 123-124. La sgorbia è “uno scalpello chirurgico usato per asportare schegge ossee” (Disc, s.v. sgorbia).

 http://www.buxtonbio.com/images/56-7445.jpg

[12] Vd. Gal. meth. med. 6.150 [10.445.1-2 K.]: τῶν κοίλων ἐκκοπέων οὓς καὶ κυκλίσκους ὀνομάζουσι [the hollow knives which they also call cyclisci (Johnston-Horsley 2011: 215)] e Orib. Coll. med. 46.21.17 (nota successiva).

[13] Vd. Gal. ap. Orib. Coll. med. 46.21.17 [CMG 6.2.1, 229.22-23 Raeder]: διὰ τοῦτο οὖν οἱ νεώτεροι τοὺς κυκλίσκους ἐξεῦρον· καλοῦσι δ οὕτως ἐκκοπέων εἶδός τι κεκοιλασμένον ἐπὶ τῷ πέρατι. Così interpreta il passo Bliquez (2015: 194): “Galen regards it as a modern invention, meaning probably that it was developed in the Hellenistic period”.

[14] Tuttavia, riferimenti ad alcuni possibili exempla di ἐκκοπεύς κυκλίσκος, benché non identificati con certezza, sono indicati da Bliquez 2015: 195 alle note 482, 483 e 484, e riprodotti in 421, fig. 49, n. 21; inoltre, tre esemplari sono stati rinvenuti negli scavi della Domus ‘del chirurgo’ di Rimini, per cui si veda Jackson 2003: 318-319 e 315 fig. 1 n. 6.

 

2. ἐκκοπεύς word and object

 

La maggior parte degli scalpelli adoperati nella chirurgia antica erano in ferro con manici in legno, osso o ferro, al pari degli strumenti usati comunemente dai carpentieri;[1] inoltre, in taluni casi, all’interno di rinvenimenti di gruppi omogenei di strumenti medico-chirurgici, compaiono anche utensili di natura varia, adibiti a lavorare il legno o a costruire le attrezzature di cui un medico o un chirurgo potessero abbisognare.[2] Di qui la difficoltà di identificare con certezza alcuni realia rinvenuti in scavi archeologici che non fossero parte di un set completo: è il caso dei ‘chisel’ ritrovati a Bingen, interpretati da Jackson più come strumenti di lavoro che come presidi medici.[3]

Le ragioni della difficile sopravvivenza degli esemplari con manici deperibili in legno o in osso insistono sulle considizioni di conservazione degli oggetti, che spesso se non hanno distrutto hanno quantomeno intaccato il manico rendendolo difficilmente riconoscibile.[4] I modelli meglio rappresentati sono dunque quelli in ferro o in acciaio, come quelli di seguito commentati.

 

[1] Ascrivibile con certezza al novero degli scalpelli chirurgici è un esemplare di ἐκκοπεύς rinvenuto negli scavi di Luxemburgestrasse e conservato nella collezione del Museo di Cologna: è un esemplare in acciaio decorato con motivi a spirale e, con tutta probabilità, faceva parte di un set appartenente a un chirurgo; all’interno del ritrovamento, erano conservate anche “a phlebotome, a chisel, and some fragments of other instruments of steel, two forceps and two sharp hooks in bronze, and a small ivory pestle-like instruments” (Milne 1907: 23).

 

 

(Milne 1907: Plate XLI fig. 2)

 

 

[2] Oltre a questo, due esemplari dello strumento denominato ἐκκοπεύς sono stati rinvenuti anche nel set di strumenti chirurgici acquisiti dal British Museum nel 1968 e (presumibilmente) provenienti dall’Italia: dell’importanza della collezione come testimonianza di un instrumentarium pressochè completo si è già detto  (vd. Introduzione).[5] I due strumenti sono, in sostanza, identici tra loro, fatto salvo uno scarto nell’impronta del secondo, lievemente più spessa; l’impugnatura è in ottone, alla quale è unita senza punti di saldatura la lama in ferro.[6]

 

(Jackson 1986: 125, replicata anche in Jackson 1987: 418)

 

 

 

(Jackson 1986: plate XII, B)

 

 

[3] Gli esemplari che più si avvicinano a quelli del British Museum provengono dagli scavi delle terme di Xanten, conservati al Rheinisches Landesmuseum di Bonn: “The closest parallels to the present chisels are two of near identical form found with two scalpels and an (?) elevator in a room in the baths at Xanten. They have slender, slightly waisted, octagonal-sectioned handles with narrow blades in good enough condition to discern a slight bevel on one face of the cutting edge. They are a pair, of almost identical size, like Nos. 17 and 18, and also display a lightly burred head, the product of use with a mallet. In view of the manipulation for osteotomy involving the use of a pair of chisels, the presence of two chisels in each of these sets is of some interest” (Jackson 1986: 145).

 

 

Scalpelli dalle terme della Colonia Ulpia Traiana, Xanten, conservati al Rheinisches Landesmuseum (Künzl 1996: 2606-2607)

 

[4] Tra i ritrovamenti degli scavi di Pompei ed Ercolano, furono catalogati da Vulpes (1847: 80-81) come scalpelli (scalpra) anche tre esemplari in ferro, di cui due con manico in ottone. Secondo la descrizione del professore, la diversa morfologia dei due oggetti suggerirebbe che essi avessero una differente funzione e fossero impiegati in contesti chirurgici distinti: “[n]ella fig. VII vedesi di grandezza naturale uno de’ due scalpelli di ferro col manico di bronzo. Esso, a malgrado della ruggine, somiglia del tutto allo strumento di ferro di cui (battendolo col martello) si servono i nostri scarpellini per lavorare le pietre ed anco gli scultori di legno. Questo scalpello sarebbe lo scalper excisorius del quale fa parola Cornelio Celso […]. Lo scalpello rappresentato nella fig. VIII, ove vedesi un poco rotto verso la testa, è troppo grande perché potesse esser destinato allo stesso uso che quello della figura precedente; ma questo anche percosso col martello poteva benissimo servire a fare le amputazioni delle ossa secondo l’uso degli antichi”. Anche Jackson ipotizza che la lama descritta da Vulpes potesse essere la parte culminante di uno scalpello chirurgico[7], benché “[a] rather larger example from Pompeii/Herculaneum is figured by Vulpes, but the drawing is not sufficiently detailed to permit a certain identification” (Jackson 1986: 145).

 

     

(Vulpes 1847: tav. VII, figg. VII e VIII)

 

[5] Un esemplare di ἐκκοπεύς è stato rinvenuto anche a Kallion (repertato anche da Künzl 1983: 40 e 42 fig. 11 n. 4), descritto da Jackson: “[o]ne in a grave group from Kallion, Greece slightly smaller than the pair in the present set, has a particularly slender blade with splayed cutting edge” (Jackson 1986: 145).

 

 (Künzl 1983: 42 fig. 11 n. 4)

 

 

[6] Anche la tomba del medico di Bingen ha restituito, probabilmente, un esemplare di ἐκκοπεύς con lama in ferro montata su manico in legno (Como 1925: 160, fig. 6, n. 6), benché la descrizione dell’oggetto (“Eisenmeißel, dessen Spitze in einem Holzgriff saß.”) non sia in questo caso particolarmente accurata.

 

[7] Tra gli oggetti esposti al Coptic Museum del Cairo compare anche un tipo di scalpello (n. 5009) identificato come strumento chirurgico di età bizantina proveniente dall’Egitto (Bliquez 1984: 189s.), benché le informazioni circa gli oggetti siano insufficienti per affermarlo con certezza: “[i]t will be seen at once that without further discoveries, the material evidence surviving from the Byzantine period is not abundant. And, since it is so far impossible to demonstrate that many of these pieces are in fact surgical tools, or in some cases that they are even Byzantine, the evidence may even be called mearger”.

 

 

(Bliquez 1984: 192ter, n. 9, ‘small chisel’)



[1] “Carpenters’ chisels were of iron with wood, bone or iron handles, and many surgeons’ chisels may have been made of the same materials” (Jackson 1986: 144). Galeno stesso paragona l’ἐκκοπεύς all’ascia dei carpentieri: De anat. admin. 9.187 [2.708.18-709.1 K.]: ἐκοπεῦσι τοῖς ἰσχυροῖς χρῶμενος ἢ τοῖς τῶν τεκτόνων σκεπάρνοις.

[2] “Their presence in the large set of surgical and medical instruments is enigmatic: it is equally possible to view them as carpentry tools, perhaps for the manufacture of medical apparatus (splints, traction equipment etc), or as instruments of bone surgery in their own right. Although their size might favour the former identification, they might also be seen to complement the crown trephines and elevators of the set. Suffice it to note that tools, implements and apparatus of primarily non-medical function (styli, shears, strigils, spoons, vessels etc.) are often included in grave groups of medical and surgical instruments, and the surgical use of many is specified in the contemporary medical literature” (Jackson 1986: 145).

[3] “Certainly the chisels, gouge and drill-bit in the Bingen instrumentarium are essentially carpenters’ tools” (Jackson 1986: 145). Della stessa opinione anche Bliquez (2015: 194): “The Bingen chisel may have been for carpentry, as it is somewhat larger than authenticated surgical models”. Degli scalpelli di Bingen si legge, oltre che in Como 1925, anche in Krug 1990: 87-89.

[4]  “A small iron chisel with organic handle can survive intact only under optimum conditions. Normally corrosion, if not totally destructive, obscures the object and hinders or prevents identification. This is doubtless a partial explanation of the rarity of bone chisels. Those few that have been identified in medical contexts are of a sufficiently characteristic form to allow future recognition in less certain contexts. They have a narrow blade and slender copper-alloy handle with lightly domed head” (Jackson 1986: 145).

[5] Nella numerazione proposta da Jackson (1986: 124), essi sono i reperti 17 e 18: “17. Bone chisel (Fig. 2, Pl.  XII B). The octagonal-sectioned handle is very slightly waisted. Its lightly domed head bears only slight traces of burring. The narrow iron blade, of rectangular cross-section, has a slightly splayed cutting edge preserved well enough to show that it is lightly bevelled on one face. L. 15 x 25  cm. (GR 1968, 6-26, 19). 18.  Bone chisel (Fig. 2, Pl. XII B). Almost identical to No. 17. Although slightly shorter in overall length, the width of the cutting edge appears to have been the same. The octagonal-sectioned handle has a more pronounced waist and the head is more heavily burred. L. 15  cm. (GR 1968, 6-26, 20)”.

[6] Vd. le informazioni dell’analisi radiografica compiuta da Susan La Niece in Jackson 1986: 162; la composizione della lega dell’impugnatura è nel n. 17 per il 78,6% rame, 9,2% zinco, 1,3% piombo e 10,9% stagno; nel n. 18 per 77,7% rame, 9,3% zinco, 1,1% piombo e 11,9% stagno. 

[7] “An iron blade from Pompeii/Herculaneum, though rather large, may have been the cutting edge of a bone chisel” (Jackson 1986: 144). Per ulteriori approfondimenti si veda anche Bliquez / Jackson 1994 n. 95.

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AUTHOR

Francesca Bertonazzi

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Accepted term: 21-Feb-2017